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Il
problema principale, che ha sempre accompagnato il talentuoso
chitarrista come una pericolosa spada di Damocle nella sua erratica
attività post Smiths, fu quello di risultare un pallido gregario. Di
lusso, certo, ma pur sempre un gregario, di quelli fortissimamente
corteggiati ma inabili nell'apporre il guizzo finale, o
semplicemente desiderosi di obbedire agli ordini giusto per non
cadere vittima di ulteriori grattacapi, lui che ne ebbe così tanti
quando le sue pennellate avevano ancora quel quid magico e
irripetibile. Eppure è lui, figliolo prodigio, il primo ad avvertire
l'esigenza di ampliare il proprio guardaroba sonoro, scortando di
riff i funkeggianti e danzerecci Quando Quango (nel singolo Atom
Rock su Factory Records) e Everything But The Girl (in Native Land)
a cavallo di Meat Is Murder; poi prendendo confidenza con le
comparsate al fianco degli ininfluenti Impossible Dreamers (il
singolo August Avenue del 1985), di Andrew Berry, dei carneadi Stex,
prima di soffermarsi su Billy Bragg (per due album, sovente
accreditato come Duane Tremelo) e Style Council (con questi ultimi
dal vivo). L'abbandono del sodalizio con Morrissey scatenò una
piccola asta sotterranea per accaparrarsi i servigi del minuto Marr,
che prima si legò in pompa magna ai Pretenders (dai quali si
separerà dopo poche settimane a causa di una furibonda lite con
Chrissie Hynde) e poi vagò via via con eterogenei progetti in
compagnia di Bryan Ferry (sua la chitarra in un poker di brani di
Bete Noire), Kirsti McColl (negli album Kite e Electric Landlady),
addirittura Talking Heads (compare in quattro pezzi di Naked),
Banderas (!) e Pet Shop Boys (nell'album Behaviour). Per un periodo
Johnny Marr si poteva trovare in qualsiasi palco o parata di stelle
semi pachidermiche (da Keith Richards a Paul Weller a David Crosby),
pronto a svolgere il suo compitino senza mai mettere altro se non i
suoi polpastrelli, a testa china, accarezzando la Rickenbacker senza
mostrare un briciolo d'anima. Mai sazio e bruciato da
un'instancabile voracità nel dover dimostrare a se stesso di non
essere stato soltanto l'ottimo sparring partner di Morrissey,
osservando da lontano il suo ex sodale inaugurare una carriera, se
non fulgidissima quantomeno dai tratti personali, il piccolo Johnny
sembrò trovare un po' di refrigerio in combutta con il vecchio amico
Matt Johnson, unendosi ai suoi The The in pianta stabile per qualche
tempo (su Mind Bomb e Dusk) prima di raccogliere finalmente qualche
altro scampolo di classifica unendosi al supergruppo Electronic
(lui, grosso esperto di funk e collezionista di singoli dance),
formato in compagnia di Bernard Sumner dei New Order e Neil Tennant
dei Pet Shop Boys. Figlierà alcuni vendutissimi lavori dalle ottime
soddisfazioni commerciali (Electronic, Factory 1991; Raise The
Pressure, Emi 1996; Twisted Tenderness, Emi 1999), dove però il
cesellare del nostro risulta ancora una volta scontato e di
rincalzo, quando non al limite dell'udibile, a maggior ragione se
valutato all'interno di un progetto di stampo prettamente
elettronico. L'infatuazione per certa funky dance troverà sfogo
anche nella riedizione di Shack Up degli A Certain Ratio edita nel
1994 dalla Creation, nel singolo Fat Neck dei Black Grape e
nell'astrusa collaborazione con la stellina Denise Johnson, prima di
passare al brit-pop spinto aiutando la meteora Marion. Molta
sostanza dunque, ma pochissimi veri riscontri artistici per l'uomo
che più di tutti sembrò soffrire la chiusura della porta di casa.
Più di Rourke e Joyce, dai quali nulla ci si aspettava e dunque
qualsiasi passo era grasso a colare, Johnny Marr ha sempre portato
in giro lo spettro del suo talento, usandolo il minimo
indispensabile per non essere inghiottito da un impietoso oblìo.
Resta il nome, ancor'oggi riverito e rispettato da frange di
musicisti in erba e da strenui difensori della sua perizia, ma il
rivederlo ultimamente tentare una resurrezione dapprima comparsando
in Midnight Vultures di Beck, poi attraversando gli Oasis (si
vocifera, ma non è mai stato confermato, che alcuni passaggi
chitarristici di Heaten Chemistry siano suoi), Bert Jansch e Neil
Finn e poi debuttare in proprio con Boomslang (Pias, 2003;
prescindibile esercizio di rock'n'roll più o meno smithsiano edito a
nome Johnny Marr + The Healers), e in guisa di produttore per gli
Haven non rende giustizia al suo blasone. Anemico, ricorda Marco Van
Basten quando, negli ultimi scampoli di carriera, non osava più
affondare il piede per timore di rimetterci una già troppo
disastrata caviglia. Johnny, it was really nothing... |