JOHN MAHER [GUITARS] (in arte Johnny Marr, per differenziarsi dall'omonimo batterista dei Buzzcocks) nacque il 31 ottobre 1963 da genitori irlandesi. Crebbe in un ambiente prettamente artistico, tanto che questo condizionò non poco la sua adolescenza. Già all'età di tredici anni fondò due gruppi, insieme al compagno di classe Andy Rourke: i Paris Valentinos e i White Dice.
Per racimolare soldi cominciò il suo lavoro da commesso al Crazy Face, una boutique gestita da Joe Moss, grande cultore di musica rock. E fu proprio Joe che suggerì a Johnny di contattare quello strano personaggio - Morrissey - nel quartiere di Whalley Range. Era il 1982.



COLORI PREFERITI: verde scuro, nero.
CIBO PREFERITO: formaggio.
BEVANDA PREFERITA: tea.
DESCRIZIONE DI SE': impulsivo.
FILM PREFERITO: The Collector.
ATTORE PREFERITO: Tom Courtney.
ATTRICE PREFERITA: Barbara Knox.
EROE: Johnny Cash.
BAND PREFERITA: The Shangrilas, Early Stones, The Four Tops.
CANTANTI PREFERITI: Sam Cook, Sandie Shaw, Pete Burns.
PRIMO DISCO ACQUISTATO: Jeepster, T-Rex.
ANIMALI PREFERITI: cani.
PRIMO AMORE: Angie.

[Informazioni risalenti al periodo Smiths.]



 

ATTIVITA' POST-SMITHS di MICHELE BENETELLO. (Il Mucchio Selvaggio - Extra, n. 14, Estate 2004).

Il problema principale, che ha sempre accompagnato il talentuoso chitarrista come una pericolosa spada di Damocle nella sua erratica attività post Smiths, fu quello di risultare un pallido gregario. Di lusso, certo, ma pur sempre un gregario, di quelli fortissimamente corteggiati ma inabili nell'apporre il guizzo finale, o semplicemente desiderosi di obbedire agli ordini giusto per non cadere vittima di ulteriori grattacapi, lui che ne ebbe così tanti quando le sue pennellate avevano ancora quel quid magico e irripetibile. Eppure è lui, figliolo prodigio, il primo ad avvertire l'esigenza di ampliare il proprio guardaroba sonoro, scortando di riff i funkeggianti e danzerecci Quando Quango (nel singolo Atom Rock su Factory Records) e Everything But The Girl (in Native Land) a cavallo di Meat Is Murder; poi prendendo confidenza con le comparsate al fianco degli ininfluenti Impossible Dreamers (il singolo August Avenue del 1985), di Andrew Berry, dei carneadi Stex, prima di soffermarsi su Billy Bragg (per due album, sovente accreditato come Duane Tremelo) e Style Council (con questi ultimi dal vivo). L'abbandono del sodalizio con Morrissey scatenò una piccola asta sotterranea per accaparrarsi i servigi del minuto Marr, che prima si legò in pompa magna ai Pretenders (dai quali si separerà dopo poche settimane a causa di una furibonda lite con Chrissie Hynde) e poi vagò via via con eterogenei progetti in compagnia di Bryan Ferry (sua la chitarra in un poker di brani di Bete Noire), Kirsti McColl (negli album Kite e Electric Landlady), addirittura Talking Heads (compare in quattro pezzi di Naked), Banderas (!) e Pet Shop Boys (nell'album Behaviour). Per un periodo Johnny Marr si poteva trovare in qualsiasi palco o parata di stelle semi pachidermiche (da Keith Richards a Paul Weller a David Crosby), pronto a svolgere il suo compitino senza mai mettere altro se non i suoi polpastrelli, a testa china, accarezzando la Rickenbacker senza mostrare un briciolo d'anima. Mai sazio e bruciato da un'instancabile voracità nel dover dimostrare a se stesso di non essere stato soltanto l'ottimo sparring partner di Morrissey, osservando da lontano il suo ex sodale inaugurare una carriera, se non fulgidissima quantomeno dai tratti personali, il piccolo Johnny sembrò trovare un po' di refrigerio in combutta con il vecchio amico Matt Johnson, unendosi ai suoi The The in pianta stabile per qualche tempo (su Mind Bomb e Dusk) prima di raccogliere finalmente qualche altro scampolo di classifica unendosi al supergruppo Electronic (lui, grosso esperto di funk e collezionista di singoli dance), formato in compagnia di Bernard Sumner dei New Order e Neil Tennant dei Pet Shop Boys. Figlierà alcuni vendutissimi lavori dalle ottime soddisfazioni commerciali (Electronic, Factory 1991; Raise The Pressure, Emi 1996; Twisted Tenderness, Emi 1999), dove però il cesellare del nostro risulta ancora una volta scontato e di rincalzo, quando non al limite dell'udibile, a maggior ragione se valutato all'interno di un progetto di stampo prettamente elettronico. L'infatuazione per certa funky dance troverà sfogo anche nella riedizione di Shack Up degli A Certain Ratio edita nel 1994 dalla Creation, nel singolo Fat Neck dei Black Grape e nell'astrusa collaborazione con la stellina Denise Johnson, prima di passare al brit-pop spinto aiutando la meteora Marion. Molta sostanza dunque, ma pochissimi veri riscontri artistici per l'uomo che più di tutti sembrò soffrire la chiusura della porta di casa. Più di Rourke e Joyce, dai quali nulla ci si aspettava e dunque qualsiasi passo era grasso a colare, Johnny Marr ha sempre portato in giro lo spettro del suo talento, usandolo il minimo indispensabile per non essere inghiottito da un impietoso oblìo. Resta il nome, ancor'oggi riverito e rispettato da frange di musicisti in erba e da strenui difensori della sua perizia, ma il rivederlo ultimamente tentare una resurrezione dapprima comparsando in Midnight Vultures di Beck, poi attraversando gli Oasis (si vocifera, ma non è mai stato confermato, che alcuni passaggi chitarristici di Heaten Chemistry siano suoi), Bert Jansch e Neil Finn e poi debuttare in proprio con Boomslang (Pias, 2003; prescindibile esercizio di rock'n'roll più o meno smithsiano edito a nome Johnny Marr + The Healers), e in guisa di produttore per gli Haven non rende giustizia al suo blasone. Anemico, ricorda Marco Van Basten quando, negli ultimi scampoli di carriera, non osava più affondare il piede per timore di rimetterci una già troppo disastrata caviglia. Johnny, it was really nothing...




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