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Dimmi a
chi ti approcci e ti dirò chi sei. L'importante è scegliere da che
parte stare. E' sempre successo, in ogni ambito dello scibile umano,
da quello politico alla semplice preferenza di una squadra di
calcio. Schierarsi, o più semplicemente far propri determinati
comportamenti che più ci aggradano, o - ancora - lasciare che sia il
nostro subconscio a guidarci, il sesto senso, andare avanti a pelle
e abbracciare una causa, un colore, una persona. Una semplice idea.
E' sempre successo anche con il pop - perché non dovrebbe, dato che
quel semplice fenomeno di compressione e rarefazione dell'aria
chiamato musica è tra le cose più soggettive e inqualificabili che
esistano? - e, senza scomodare i motivi che sposta(va)no fitte
schiere verso certi trend o movimenti, ognuno di noi aveva
all'interno di un gruppo il proprio referente di fiducia, un alter
ego virtuale. Lennon o McCartney? Jagger o Richards (beh, io qui
parteggiavo per Brian Jones, tanto per sottolineare che, talvolta,
un terzo polo serve)? Reed o Cale? Townshend o Daltrey? Questione di
istinto, sia per noi che ci sentivamo trasportati verso l'uno o
l'altro sia per i soggetti in lista, spronati e decisi nel
conquistare una leadership oscillante e piena di crepe. Poca roba,
converrete, sentire voce e chitarra degli Stones giocare da soli;
spesso piuttosto irritante, eppure insieme quei due figli di buona
donna facevano sfracelli. Pur essendosi odiati, o mal tollerati, per
gran parte di carriera. Poi, anche nel mondo del rock, tutto divenne
improvvisamente più confuso, grigio, sbiadito. Repubbliche
presidenziali diventarono monarchie assolute, band con una sola
idea, un solo despota a trainarne le fila, soppiantarono per
parecchio tempo quei deliziosi oligopoli sui quali potevamo
instaurare dibattiti senza fine. Non v'è dubbio su chi guidasse
(fosse altro che per l'immagine pubblica da dare in pasto ai media)
i T-Rex, i Cure, i Fall, i Joy Division, i Sex Pistols (i Clash no,
loro sono un'ottima eccezione che sottolinea a tinte forti la
regola); non c'era motivo di scegliere.
Spesso bastava un carattere forte, un compositore dotato o solo un
volto carismatico. Uno strazio, per noi collezionisti di figurine
rock. Altro che sinergie o conflitti di interessi! Si assistette per
qualche anno a una mitragliata di Bill Gates del pentagramma, a
elezioni scontate, a reazioni chimiche scarse e pure poco
contagiose. Sarà (anche) per quello che a cavallo tra i Settanta e
gli Ottanta spuntarono decine di coppie (soprattutto in ambito
elettronico), onesti ragionieri pronti a capire che due teste erano
sì meglio di una, ma non è detto che funzionassero meno di quattro o
cinque. Quantomeno dipendeva dalla materia contenuta in quelle
teste. Finché. Finché, una deliziosa primavera di un nulla,
arrivarono gli Smiths. Ci volle un po' per focalizzarli, provenienti
come si era da un buon lustro di oscurità e di post punk. Non
eravamo pronti a confrontarci con Rickenbacker, gladioli, arpeggi
Sixties e maglioncini a collo alto; noi si veniva da encomiabili
tristezze, da ossianici languori, da tematiche decadenti. Si
giungeva da nomi roboanti, ermetici (Red Lorry Yellow Lorry, Balaam
& The Angel, Sex Gang Children), pantagruelici; nessuno si sarebbe
aspettato un semplice e timido omaggio all'uomo della strada.
Ricordo nitidamente il giorno in cui portai a casa il 12" di This
Charming Man (il precedente 45 giri Hand In Glove mi era sfuggito
per un nonnulla, causa due rapaci mani che avevano ghermito l'unica
copia dal bancone del mio pusher) assieme a quello di Heaven Is
Waiting dei Dense Society, mi fiondai a casa di un amico e assieme
ascoltammo materie sì differenti, entrambi più inclini a dare una
chance al secondo, visto che il primo ci sembrava anacronistico.
Sappiamo tutti com'è andata, invece, con quella copertina giallastra
e quel Jean Marais steso tra i ciottoli che, ascolto dopo ascolto,
non si schiodò più dalle nostre orecchie.
The Smiths, ovvero i Signori Rossi qualsiasi, i vicini di condominio
all'ora del tè, la rivincita dell'uomo qualunque per troppo tempo
disprezzato e lasciato a patire, solo, in un angolo. Intrigante
fusione di vecchi e nuovi valori dove ogni anfratto, ogni pietra del
complesso che si stava edificando, erano state ponderate per anni
all'interno di anguste camerette in quel di Manchester... mettendo
il genio nella vita e soltanto il talento nelle opere, giusto per
parafrasare Oscar Wilde. Morrissey e Marr - ecco la primeva
grandezza della coppia - spazzarono via tutto nell'arco di pochi
mesi, riazzerando il contatore e sprigionando energie ed entusiasmi
di massa ai quali non eravamo più abituati, unendo un'altissima
qualità sonora alla sommità delle classifiche. Il tutto consolidato
da una semplicità troppo perfetta per non essere stata
cristallizzata in anni di duro lavoro e da una capacità innata di
far breccia nei cuori. Quasi tutto il pop dei '90 e oltre (dai Suede
ai Coldplay passando per Blur e Belle & Sebastian) è nato qui, tra
queste operette di marzapane da tre minuti. E... no, avete ragione,
non sono mai passati di moda gli Smiths, nemmeno quando una figura
forte e scomoda come Morrissey rimane sette anni senza pubblicare un
disco (dovreste averlo nel lettore proprio ora) nemmeno quando -
qualcosa come dieci anni fa - se ne usciva con invettive pro
National Front, nemmeno dinanzi a svariati passi falsi pubblicati in
solitaria malinconia o alla sua linguacciuta guasconeria. No, non ci
si potrebbe aggrappare nemmeno a questo per giustificare le pagine
che andremo a riempire. Ma gli Smiths furono - come tanti, seppure
diversamente da essi - un gruppo vero, dai tasselli perfettamente
ordinati, capaci di riportare chitarre ed emozioni dentro uno stagno
che si stava facendo melmoso, pronti a disquisire, citando Riccardo
Bacchelli, "della rugosa esperienza e dell'umano scontento", dove la
solitudine di una stanzetta di periferia valeva più di mille Club
Tropicana. E poco importa se le impietose cronache hanno consegnato
il Johnny e lo Stephen Patrick, a dispetto della floreale immagine
pubblica, come degli handsome devils, dei marpioni non da poco. Poco
importa se furono enormi sul breve formato ma sfuocati dentro un
intero album. Suvvia dunque, "perché soffermarsi sulle complessità
della vita, quando il cuoio scorre liscio sul sedile del
passeggero?". |