Ma gli Smiths furono - come tanti, seppure diversamente da essi - un gruppo vero, dai tasselli perfettamente ordinati, capaci di riportare chitarre ed emozioni dentro uno stagno che si stava facendo melmoso, pronti a disquisire, citando Riccardo Bacchelli, "della rugosa esperienza e dell'umano scontento", dove la solitudine di una stanzetta di periferia valeva più di mille Club Tropicana.


 

 

LA STORIA DEGLI SMITHS.
Scritta da Michele Benetello e pubblicata su Il Mucchio Selvaggio (Extra), n. 14, Estate 2004.


L'Inghilterra è mia e mi è debitrice di una vita, chiedimi perché
e ti sputerò in un occhio (Still Ill)

Gli Smiths? Sono gli Hollies usciti dal punk! (Grant Cunliffe
degli Here & Now)

Dolls/Patti fans wanted for Manchester-based punk band (annuncio di Morrissey su Sounds)

E così irruppi nel Palazzo, con una spugna e una chiave inglese arrugginita, lei disse: 'Ehi, ti conosco, tu non sai cantare', io dissi:
'E questo è niente, dovresti sentirmi suonare il piano'
(da The Queen Is Dead)




 

STORIA PT. 1: WHAT DIFFERENCE DOES IT MAKE? di Michele Benetello. 

Dimmi a chi ti approcci e ti dirò chi sei. L'importante è scegliere da che parte stare. E' sempre successo, in ogni ambito dello scibile umano, da quello politico alla semplice preferenza di una squadra di calcio. Schierarsi, o più semplicemente far propri determinati comportamenti che più ci aggradano, o - ancora - lasciare che sia il nostro subconscio a guidarci, il sesto senso, andare avanti a pelle e abbracciare una causa, un colore, una persona. Una semplice idea. E' sempre successo anche con il pop - perché non dovrebbe, dato che quel semplice fenomeno di compressione e rarefazione dell'aria chiamato musica è tra le cose più soggettive e inqualificabili che esistano? - e, senza scomodare i motivi che sposta(va)no fitte schiere verso certi trend o movimenti, ognuno di noi aveva all'interno di un gruppo il proprio referente di fiducia, un alter ego virtuale. Lennon o McCartney? Jagger o Richards (beh, io qui parteggiavo per Brian Jones, tanto per sottolineare che, talvolta, un terzo polo serve)? Reed o Cale? Townshend o Daltrey? Questione di istinto, sia per noi che ci sentivamo trasportati verso l'uno o l'altro sia per i soggetti in lista, spronati e decisi nel conquistare una leadership oscillante e piena di crepe. Poca roba, converrete, sentire voce e chitarra degli Stones giocare da soli; spesso piuttosto irritante, eppure insieme quei due figli di buona donna facevano sfracelli. Pur essendosi odiati, o mal tollerati, per gran parte di carriera. Poi, anche nel mondo del rock, tutto divenne improvvisamente più confuso, grigio, sbiadito. Repubbliche presidenziali diventarono monarchie assolute, band con una sola idea, un solo despota a trainarne le fila, soppiantarono per parecchio tempo quei deliziosi oligopoli sui quali potevamo instaurare dibattiti senza fine. Non v'è dubbio su chi guidasse (fosse altro che per l'immagine pubblica da dare in pasto ai media) i T-Rex, i Cure, i Fall, i Joy Division, i Sex Pistols (i Clash no, loro sono un'ottima eccezione che sottolinea a tinte forti la regola); non c'era motivo di scegliere.
Spesso bastava un carattere forte, un compositore dotato o solo un volto carismatico. Uno strazio, per noi collezionisti di figurine rock. Altro che sinergie o conflitti di interessi! Si assistette per qualche anno a una mitragliata di Bill Gates del pentagramma, a elezioni scontate, a reazioni chimiche scarse e pure poco contagiose. Sarà (anche) per quello che a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta spuntarono decine di coppie (soprattutto in ambito elettronico), onesti ragionieri pronti a capire che due teste erano sì meglio di una, ma non è detto che funzionassero meno di quattro o cinque. Quantomeno dipendeva dalla materia contenuta in quelle teste. Finché. Finché, una deliziosa primavera di un nulla, arrivarono gli Smiths. Ci volle un po' per focalizzarli, provenienti come si era da un buon lustro di oscurità e di post punk. Non eravamo pronti a confrontarci con Rickenbacker, gladioli, arpeggi Sixties e maglioncini a collo alto; noi si veniva da encomiabili tristezze, da ossianici languori, da tematiche decadenti. Si giungeva da nomi roboanti, ermetici (Red Lorry Yellow Lorry, Balaam & The Angel, Sex Gang Children), pantagruelici; nessuno si sarebbe aspettato un semplice e timido omaggio all'uomo della strada. Ricordo nitidamente il giorno in cui portai a casa il 12" di This Charming Man (il precedente 45 giri Hand In Glove mi era sfuggito per un nonnulla, causa due rapaci mani che avevano ghermito l'unica copia dal bancone del mio pusher) assieme a quello di Heaven Is Waiting dei Dense Society, mi fiondai a casa di un amico e assieme ascoltammo materie sì differenti, entrambi più inclini a dare una chance al secondo, visto che il primo ci sembrava anacronistico. Sappiamo tutti com'è andata, invece, con quella copertina giallastra e quel Jean Marais steso tra i ciottoli che, ascolto dopo ascolto, non si schiodò più dalle nostre orecchie.
The Smiths, ovvero i Signori Rossi qualsiasi, i vicini di condominio all'ora del tè, la rivincita dell'uomo qualunque per troppo tempo disprezzato e lasciato a patire, solo, in un angolo. Intrigante fusione di vecchi e nuovi valori dove ogni anfratto, ogni pietra del complesso che si stava edificando, erano state ponderate per anni all'interno di anguste camerette in quel di Manchester... mettendo il genio nella vita e soltanto il talento nelle opere, giusto per parafrasare Oscar Wilde. Morrissey e Marr - ecco la primeva grandezza della coppia - spazzarono via tutto nell'arco di pochi mesi, riazzerando il contatore e sprigionando energie ed entusiasmi di massa ai quali non eravamo più abituati, unendo un'altissima qualità sonora alla sommità delle classifiche. Il tutto consolidato da una semplicità troppo perfetta per non essere stata cristallizzata in anni di duro lavoro e da una capacità innata di far breccia nei cuori. Quasi tutto il pop dei '90 e oltre (dai Suede ai Coldplay passando per Blur e Belle & Sebastian) è nato qui, tra queste operette di marzapane da tre minuti. E... no, avete ragione, non sono mai passati di moda gli Smiths, nemmeno quando una figura forte e scomoda come Morrissey rimane sette anni senza pubblicare un disco (dovreste averlo nel lettore proprio ora) nemmeno quando - qualcosa come dieci anni fa - se ne usciva con invettive pro National Front, nemmeno dinanzi a svariati passi falsi pubblicati in solitaria malinconia o alla sua linguacciuta guasconeria. No, non ci si potrebbe aggrappare nemmeno a questo per giustificare le pagine che andremo a riempire. Ma gli Smiths furono - come tanti, seppure diversamente da essi - un gruppo vero, dai tasselli perfettamente ordinati, capaci di riportare chitarre ed emozioni dentro uno stagno che si stava facendo melmoso, pronti a disquisire, citando Riccardo Bacchelli, "della rugosa esperienza e dell'umano scontento", dove la solitudine di una stanzetta di periferia valeva più di mille Club Tropicana. E poco importa se le impietose cronache hanno consegnato il Johnny e lo Stephen Patrick, a dispetto della floreale immagine pubblica, come degli handsome devils, dei marpioni non da poco. Poco importa se furono enormi sul breve formato ma sfuocati dentro un intero album. Suvvia dunque, "perché soffermarsi sulle complessità della vita, quando il cuoio scorre liscio sul sedile del passeggero?".




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