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"L'Inghilterra è mia e mi è debitrice di una vita, chiedimi perché e ti
sputerò in un occhio" (Still Ill)
"Gli Smiths? Sono gli Hollies usciti dal punk!" (Grant Cunliffe degli
Here & Now)
"Dolls/Patti fans wanted for Manchester-based punk band" (annuncio di
Morrissey su Sounds)
"E così irruppi nel Palazzo, con una spugna e una chiave inglese
arrugginita, lei disse: 'Ehi, ti conosco, tu non sai cantare', io dissi:
'E questo è niente, dovresti sentirmi suonare il piano"
(da The Queen Is Dead)
Dimmi a chi ti approcci e ti dirò chi sei. L'importante è scegliere da
che parte stare. E' sempre successo, in ogni ambito dello scibile umano,
da quello politico alla semplice preferenza di una squadra di calcio.
Schierarsi, o più semplicemente far propri determinati comportamenti che
più ci aggradano, o - ancora - lasciare che sia il nostro subconscio a
guidarci, il sesto senso, andare avanti a pelle e abbracciare una causa,
un colore, una persona. Una semplice idea. E' sempre successo anche con
il pop - perché non dovrebbe, dato che quel semplice fenomeno di
compressione e rarefazione dell'aria chiamato musica è tra le cose più
soggettive e inqualificabili che esistano? - e, senza scomodare i motivi
che sposta(va)no fitte schiere verso certi trend o movimenti, ognuno di
noi aveva all'interno di un gruppo il proprio referente di fiducia, un
alter ego virtuale. Lennon o McCartney? Jagger o Richards (beh, io qui
parteggiavo per Brian Jones, tanto per sottolineare che, talvolta, un
terzo polo serve)? Reed o Cale? Townshend o Daltrey? Questione di
istinto, sia per noi che ci sentivamo trasportati verso l'uno o l'altro
sia per i soggetti in lista, spronati e decisi nel conquistare una
leadership oscillante e piena di crepe. Poca roba, converrete, sentire
voce e chitarra degli Stones giocare da soli; spesso piuttosto
irritante, eppure insieme quei due figli di buona donna facevano
sfracelli. Pur essendosi odiati, o mal tollerati, per gran parte di
carriera. Poi, anche nel mondo del rock, tutto divenne improvvisamente
più confuso, grigio, sbiadito. Repubbliche presidenziali diventarono
monarchie assolute, band con una sola idea, un solo despota a trainarne
le fila, soppiantarono per parecchio tempo quei deliziosi oligopoli sui
quali potevamo instaurare dibattiti senza fine. Non v'è dubbio su chi
guidasse (fosse altro che per l'immagine pubblica da dare in pasto ai
media) i T-Rex, i Cure, i Fall, i Joy Division, i Sex Pistols (i Clash
no, loro sono un'ottima eccezione che sottolinea a tinte forti la
regola); non c'era motivo di scegliere.
Spesso bastava un carattere forte, un compositore dotato o solo un volto
carismatico. Uno strazio, per noi collezionisti di figurine rock. Altro
che sinergie o conflitti di interessi! Si assistette per qualche anno a
una mitragliata di Bill Gates del pentagramma, a elezioni scontate, a
reazioni chimiche scarse e pure poco contagiose. Sarà (anche) per quello
che a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta spuntarono decine di coppie
(soprattutto in ambito elettronico), onesti ragionieri pronti a capire
che due teste erano sì meglio di una, ma non è detto che funzionassero
meno di quattro o cinque. Quantomeno dipendeva dalla materia contenuta
in quelle teste. Finché. Finché, una deliziosa primavera di un nulla,
arrivarono gli Smiths. Ci volle un po' per focalizzarli, provenienti
come si era da un buon lustro di oscurità e di post punk. Non eravamo
pronti a confrontarci con Rickenbacker, gladioli, arpeggi Sixties e
maglioncini a collo alto; noi si veniva da encomiabili tristezze, da
ossianici languori, da tematiche decadenti. Si giungeva da nomi
roboanti, ermetici (Red Lorry Yellow Lorry, Balaam & The Angel, Sex Gang
Children), pantagruelici; nessuno si sarebbe aspettato un semplice e
timido omaggio all'uomo della strada. Ricordo nitidamente il giorno in
cui portai a casa il 12" di This Charming Man (il precedente 45 giri
Hand In Glove mi era sfuggito per un nonnulla, causa due rapaci mani che
avevano ghermito l'unica copia dal bancone del mio pusher) assieme a
quello di Heaven Is Waiting dei Dense Society, mi fiondai a casa di un
amico e assieme ascoltammo materie sì differenti, entrambi più inclini a
dare una chance al secondo, visto che il primo ci sembrava
anacronistico. Sappiamo tutti com'è andata, invece, con quella copertina
giallastra e quel Jean Marais steso tra i ciottoli che, ascolto dopo
ascolto, non si schiodò più dalle nostre orecchie.
The Smiths, ovvero i Signori Rossi qualsiasi, i vicini di condominio
all'ora del tè, la rivincita dell'uomo qualunque per troppo tempo
disprezzato e lasciato a patire, solo, in un angolo. Intrigante fusione
di vecchi e nuovi valori dove ogni anfratto, ogni pietra del complesso
che si stava edificando, erano state ponderate per anni all'interno di
anguste camerette in quel di Manchester... mettendo il genio nella vita
e soltanto il talento nelle opere, giusto per parafrasare Oscar Wilde. Morrissey e Marr - ecco la primeva grandezza della coppia - spazzarono
via tutto nell'arco di pochi mesi, riazzerando il contatore e
sprigionando energie ed entusiasmi di massa ai quali non eravamo più
abituati, unendo un'altissima qualità sonora alla sommità delle
classifiche. Il tutto consolidato da una semplicità troppo perfetta per
non essere stata cristallizzata in anni di duro lavoro e da una capacità
innata di far breccia nei cuori. Quasi tutto il pop dei '90 e oltre (dai
Suede ai Coldplay passando per Blur e Belle & Sebastian) è nato qui, tra
queste operette di marzapane da tre minuti. E... no, avete ragione, non
sono mai passati di moda gli Smiths, nemmeno quando una figura forte e
scomoda come Morrissey rimane sette anni senza pubblicare un disco
(dovreste averlo nel lettore proprio ora) nemmeno quando - qualcosa come
dieci anni fa - se ne usciva con invettive pro National Front, nemmeno
dinanzi a svariati passi falsi pubblicati in solitaria malinconia o alla
sua linguacciuta guasconeria. No, non ci si potrebbe aggrappare nemmeno
a questo per giustificare le pagine che andremo a riempire. Ma gli
Smiths furono - come tanti, seppure diversamente da essi - un gruppo
vero, dai tasselli perfettamente ordinati, capaci di riportare chitarre
ed emozioni dentro uno stagno che si stava facendo melmoso, pronti a
disquisire, citando Riccardo Bacchelli, "della rugosa esperienza e
dell'umano scontento", dove la solitudine di una stanzetta di periferia
valeva più di mille Club Tropicana. E poco importa se le impietose
cronache hanno consegnato il Johnny e lo Stephen Patrick, a dispetto
della floreale immagine pubblica, come degli handsome devils, dei
marpioni non da poco. Poco importa se furono enormi sul breve formato ma
sfuocati dentro un intero album. Suvvia dunque, "perché soffermarsi
sulle complessità della vita, quando il cuoio scorre liscio sul sedile
del passeggero?".
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