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Morrissey, per molti, è l'essenza locale, è quello che ce
l'ha fatta, e non ha mai dimenticato le origini, pur
trattandole duramente. Eppure non fu sempre così. Cresciuto
in un duro tessuto sociale, fatto di sopraffazioni
scolastiche, machismo d'accatto, famiglie disgregate e
livelli di disoccupazione da record, lo si ricorda come
effeminato outsider, trattato alla stregua di uno sfigato
qualsiasi, chiuso nella propria camera a fantasticare la
conquista del mondo. |
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LA STORIA DEGLI SMITHS.
Scritta da
Michele Benetello
e pubblicata su
Il Mucchio Selvaggio (Extra),
n. 14, Estate 2004.
Sono un ribelle in pantofole. (Morrissey)
Non ti dividerò con la spinta e i sogni che ho dentro, è il mio
momento. (da I Won't Share You)
La famiglia reale è un'istituzione costruita interamente
sull'assassinio, sulla frode, sull'odio, e non dovremmo mai
dimenticarle queste cose. (Morrissey)
Per anni ho cercato di formare un gruppo, poi arrivò Johnny...
(Morrissey)
Sono il figlio e l'erede di una timidezza che è criminalmente
volgare... (da How Soon Is Now?)
Non rifiuto il sesso. Non lo accetto. Semplicemente non esiste.
Tutto qui. (Morrissey)
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Non ci
fosse stata una solida industria musicale, costruita con pazienza e
sacrificio nell'arco di diverse stagioni, Manchester verrebbe
ricordata probabilmente soltanto per le due squadre (United o City?
Schierarsi, please); invece con il passare degli anni, è divenuta un
polo pronto a competere - quando non sopravanzare - Liverpool e la
capitale. Stephen Patrick Morrissey (22 maggio 1959, origini
irlandesi ben radicate nel proprio albero genealogico e un padre
discreto giocatore di calcio) all'interno del giro mancuniano che
conta, c'è sempre stato. C'era, inguaribile grafomane, quando
necessitava vergare qualche riga per i giornali cittadini, per
riviste a larga tiratura (Record Mirror) o inondare di lettere pro
Sparks e Mott The Hoople l'NME; c'era quando si trattava di
assistere al concerto dei Buzzcocks o dei Warsaw; o soltanto dare
aiuto all'etichetta New Hormones, o accompagnare un'amica (Linder
dei Ludus) in passeggiate al cimitero; c'era ai primi fasti punk
locali, quando girava accompagnato dall'ingenuo pseudonimo Byron De
Niro; c'era quando il fermento da lì partito prese piede in tutta
Europa. C'era, quando si trattò di edificare quel fermento.
Morrissey, per molti, è l'essenza locale, è quello che ce l'ha
fatta, e non ha mai dimenticato le origini, pur trattandole - lui,
petulante bigmouth ora in dorato esilio a Los Angeles - duramente.
Eppure non fu sempre così. Cresciuto in un duro tessuto sociale,
fatto di sopraffazioni scolastiche, machismo d'accatto, famiglie
disgregate e livelli di disoccupazione da record, lo si ricorda come
effeminato outsider, trattato alla stregua di uno sfigato qualsiasi,
chiuso nella propria camera a fantasticare la conquista del mondo.
Un brutto, bruttissimo anatroccolo asessuato, ignaro e inconsapevole
di poter divenire a breve cigno. Pochi gli amici, e tutti virtuali,
appesi sui muri in sbiaditi manifesti: dapprima le glorie locali
Herman's Hermits, poi una graziosa signorina di Dagenham chiamata
Sandra Goodrich (Sandie Shaw), autrice - anche - di un singolo
titolato Heaven Knows I'm Missing Him Now (segnatevelo); per finire
a Marc Bolan, David Bowie, i Roxy Music, e le New York Dolls (del
quale diverrà presidente del fan club inglese, oltre a pubblicare un
libro per la Babylon Books), ma idee ben radicate in testa se è vero
che gran parte della poetica (Meat Is Murder, Barbarism Begins At
Home, The Headmaster Ritual) giunge dritta da quei giorni.
Generazione quella, che dovette passare per le forche caudine del
punk, prima di prendere coraggio e acquistare consapevolezza delle
proprie possibilità. Gli Smiths ci arrivano attraverso cammini tanto
complicati da far impallidire Rubik e il suo cubo. Dapprima
approcciandosi alla scena post punk mancuniana, poi girando attorno
a un insignificante e dimenticato gruppo chiamato Nosebleeds: John
Martin Maher (31 ottobre 1963) vi era passato per una veloce
comparsata tempo addietro, lo Stephen vi era invece stato portato
dall'amico Billy Duffy, dopo che un paio di platoniche candidature
con Passage e Monochrome Set erano andate a vuoto. Non è un rifiuto
quello dei Nosebleeds, visto che un paio di concerti (uno
addirittura come supporto ai Magazine) alla voce solista il nostro
riesce a tenerli, coadiuvato anche da Vinni Reilly, futuro Durutti
Column; l'importante è cozzare per vie traverse contro il dotato
chitarrista di cui sopra. Già collaboratore locale per testate
dall'impatto nazionale come Smash Hits, è in procinto d'abbandonare
i White Dice (dopo una buona palestra con i Paris Valentinos), band
già approcciata con scarsi risultati alla F-Beat e, per strani casi
di affinità elettive, pare il perfetto contraltare per il timido
Morrissey. Non propriamente pappa e ciccia i due, da subito, visto
che il primo è ossessionato dall'etica do it yourself e adora gruppi
di confine (Cramps, Sex Pistols) che di tecnico hanno ben poco,
mentre il secondo ha vieppiù in uggia il movimento punk proprio per
questi presupposti, più incline a studiarsi le scale armoniche di
CSN&Y o di Rory Gallagher che a decolorarsi i capelli. Eppure
funziona. Un biglietto scarabocchiato da Morrissey contenente tre
papabili denominazioni - Smithdom, Smith's Family e, appunto, Smiths
- viene vagliato da Maher (Marr è un soprannome forzato per
differenziarsi dall'omonimo batterista dei Buzzcocks), che comincia
a trovare fertile terreno in quel giovane allampanato ed eccentrico
dalle maniere affettate e dal linguaggio arcaico. Chimiche, e se non
è (ancora) nitroglicerina poco ci manca, visto che in breve tempo un
febbrile raptus di sognwriting produce un buon gruzzolo di canzoni a
due. Poste le fondamenta, serve una elastica sezione ritmica. Per
niente facile, a rileggere le minuziose cronache fatte storia che
miriadi di libri tramandano, se è vero che l'esordio dal vivo (il 4
ottobre 1982 al Ritz, di supporto ai Blue Rondò a la Turk) avviene
portandosi appresso un certo Dale al basso e tal Simon Wolstencroft
alle pelli (a dimostrazione che, a cercare, un Pete Best lo si trova
ovunque). Non è finita, visto che è un quintetto quello che batte i
locali della zona, avendo sul palco anche un ballerino (Bez e gli
Happy Mondays prenderanno solerte nota) di nome James Maker più
tardi pronto a prendere breve volo con i Raymonde. Per arrivare alla
stabilità serve l'inclusione al basso di Andrew Rourke (17 gennaio
1963), amico di suoni e d'infanzia di Marr, e di Micheal Joyce (1
giugno 1963) alla batteria. Il primo giungeva dritto da quei White
Dice di poco sopra, quando invece il background di Joyce si era
forgiato su gruppi punk e hardcore trovando anche l'onore
dell'incisione con gli sconosciutissimi Victim. A famiglia conclusa,
l'Inghilterra è dunque pronta ad appartenere loro. Ma non lo sanno. |