Photo by Andy Catlin, 1983
 


Morrissey, per molti, è l'essenza locale, è quello che ce l'ha fatta, e non ha mai dimenticato le origini, pur trattandole duramente. Eppure non fu sempre così. Cresciuto in un duro tessuto sociale, fatto di sopraffazioni scolastiche, machismo d'accatto, famiglie disgregate e livelli di disoccupazione da record, lo si ricorda come effeminato outsider, trattato alla stregua di uno sfigato qualsiasi, chiuso nella propria camera a fantasticare la conquista del mondo.


 

 

LA STORIA DEGLI SMITHS.
Scritta da Michele Benetello e pubblicata su Il Mucchio Selvaggio (Extra), n. 14, Estate 2004.


Sono un ribelle in pantofole. (Morrissey)

Non ti dividerò con la spinta e i sogni che ho dentro, è il mio momento. (da I Won't Share You)

La famiglia reale è un'istituzione costruita interamente sull'assassinio, sulla frode, sull'odio, e non dovremmo mai dimenticarle queste cose. (Morrissey)

Per anni ho cercato di formare un gruppo, poi arrivò Johnny... (Morrissey)

Sono il figlio e l'erede di una timidezza che è criminalmente volgare... (da How Soon Is Now?)

Non rifiuto il sesso. Non lo accetto. Semplicemente non esiste.
Tutto qui. (Morrissey)




 

STORIA PT. 2: THE LAST OF THE FAMOUS INTERNATIONAL PLAYBOYS di Michele Benetello. 

Non ci fosse stata una solida industria musicale, costruita con pazienza e sacrificio nell'arco di diverse stagioni, Manchester verrebbe ricordata probabilmente soltanto per le due squadre (United o City? Schierarsi, please); invece con il passare degli anni, è divenuta un polo pronto a competere - quando non sopravanzare - Liverpool e la capitale. Stephen Patrick Morrissey (22 maggio 1959, origini irlandesi ben radicate nel proprio albero genealogico e un padre discreto giocatore di calcio) all'interno del giro mancuniano che conta, c'è sempre stato. C'era, inguaribile grafomane, quando necessitava vergare qualche riga per i giornali cittadini, per riviste a larga tiratura (Record Mirror) o inondare di lettere pro Sparks e Mott The Hoople l'NME; c'era quando si trattava di assistere al concerto dei Buzzcocks o dei Warsaw; o soltanto dare aiuto all'etichetta New Hormones, o accompagnare un'amica (Linder dei Ludus) in passeggiate al cimitero; c'era ai primi fasti punk locali, quando girava accompagnato dall'ingenuo pseudonimo Byron De Niro; c'era quando il fermento da lì partito prese piede in tutta Europa. C'era, quando si trattò di edificare quel fermento. Morrissey, per molti, è l'essenza locale, è quello che ce l'ha fatta, e non ha mai dimenticato le origini, pur trattandole - lui, petulante bigmouth ora in dorato esilio a Los Angeles - duramente. Eppure non fu sempre così. Cresciuto in un duro tessuto sociale, fatto di sopraffazioni scolastiche, machismo d'accatto, famiglie disgregate e livelli di disoccupazione da record, lo si ricorda come effeminato outsider, trattato alla stregua di uno sfigato qualsiasi, chiuso nella propria camera a fantasticare la conquista del mondo. Un brutto, bruttissimo anatroccolo asessuato, ignaro e inconsapevole di poter divenire a breve cigno. Pochi gli amici, e tutti virtuali, appesi sui muri in sbiaditi manifesti: dapprima le glorie locali Herman's Hermits, poi una graziosa signorina di Dagenham chiamata Sandra Goodrich (Sandie Shaw), autrice - anche - di un singolo titolato Heaven Knows I'm Missing Him Now (segnatevelo); per finire a Marc Bolan, David Bowie, i Roxy Music, e le New York Dolls (del quale diverrà presidente del fan club inglese, oltre a pubblicare un libro per la Babylon Books), ma idee ben radicate in testa se è vero che gran parte della poetica (Meat Is Murder, Barbarism Begins At Home, The Headmaster Ritual) giunge dritta da quei giorni. Generazione quella, che dovette passare per le forche caudine del punk, prima di prendere coraggio e acquistare consapevolezza delle proprie possibilità. Gli Smiths ci arrivano attraverso cammini tanto complicati da far impallidire Rubik e il suo cubo. Dapprima approcciandosi alla scena post punk mancuniana, poi girando attorno a un insignificante e dimenticato gruppo chiamato Nosebleeds: John Martin Maher (31 ottobre 1963) vi era passato per una veloce comparsata tempo addietro, lo Stephen vi era invece stato portato dall'amico Billy Duffy, dopo che un paio di platoniche candidature con Passage e Monochrome Set erano andate a vuoto. Non è un rifiuto quello dei Nosebleeds, visto che un paio di concerti (uno addirittura come supporto ai Magazine) alla voce solista il nostro riesce a tenerli, coadiuvato anche da Vinni Reilly, futuro Durutti Column; l'importante è cozzare per vie traverse contro il dotato chitarrista di cui sopra. Già collaboratore locale per testate dall'impatto nazionale come Smash Hits, è in procinto d'abbandonare i White Dice (dopo una buona palestra con i Paris Valentinos), band già approcciata con scarsi risultati alla F-Beat e, per strani casi di affinità elettive, pare il perfetto contraltare per il timido Morrissey. Non propriamente pappa e ciccia i due, da subito, visto che il primo è ossessionato dall'etica do it yourself e adora gruppi di confine (Cramps, Sex Pistols) che di tecnico hanno ben poco, mentre il secondo ha vieppiù in uggia il movimento punk proprio per questi presupposti, più incline a studiarsi le scale armoniche di CSN&Y o di Rory Gallagher che a decolorarsi i capelli. Eppure funziona. Un biglietto scarabocchiato da Morrissey contenente tre papabili denominazioni - Smithdom, Smith's Family e, appunto, Smiths - viene vagliato da Maher (Marr è un soprannome forzato per differenziarsi dall'omonimo batterista dei Buzzcocks), che comincia a trovare fertile terreno in quel giovane allampanato ed eccentrico dalle maniere affettate e dal linguaggio arcaico. Chimiche, e se non è (ancora) nitroglicerina poco ci manca, visto che in breve tempo un febbrile raptus di sognwriting produce un buon gruzzolo di canzoni a due. Poste le fondamenta, serve una elastica sezione ritmica. Per niente facile, a rileggere le minuziose cronache fatte storia che miriadi di libri tramandano, se è vero che l'esordio dal vivo (il 4 ottobre 1982 al Ritz, di supporto ai Blue Rondò a la Turk) avviene portandosi appresso un certo Dale al basso e tal Simon Wolstencroft alle pelli (a dimostrazione che, a cercare, un Pete Best lo si trova ovunque). Non è finita, visto che è un quintetto quello che batte i locali della zona, avendo sul palco anche un ballerino (Bez e gli Happy Mondays prenderanno solerte nota) di nome James Maker più tardi pronto a prendere breve volo con i Raymonde. Per arrivare alla stabilità serve l'inclusione al basso di Andrew Rourke (17 gennaio 1963), amico di suoni e d'infanzia di Marr, e di Micheal Joyce (1 giugno 1963) alla batteria. Il primo giungeva dritto da quei White Dice di poco sopra, quando invece il background di Joyce si era forgiato su gruppi punk e hardcore trovando anche l'onore dell'incisione con gli sconosciutissimi Victim. A famiglia conclusa, l'Inghilterra è dunque pronta ad appartenere loro. Ma non lo sanno.




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