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E' un
oscuro commerciante di Manchester a seguire con la diligenza del
buon padre di famiglia i quattro ragazzi. Si chiama Joe Moss e
sacrifica anima, corpo e affetti a quella che ritiene – lui, primo
fra i primissimi – la più grossa emozione inglese. E' lui a
battagliare per gli ingaggi, è lui ad accogliere in casa uno
sperduto Marr e ad esporsi anche finanziariamente per l'incisione di
una demo. Figura oscura seppure importantissima se persino uno
schivo e riservato Johnny, anni dopo, avrà a riconoscere come la
primeva spinta propulsiva sia venuta proprio da quest'uomo, che
troppo poco ebbe in cambio. Con un nastro registrato ai Decibel
Studio di Manchester e un timido interessamento da parte della
premiata ditta Morrison/Lehay (tra i più importanti manager inglesi
all'epoca, in auge sin dai tardi Sessanta) il quartetto comincia a
far parlare di sé anche fuori dagli angusti confini mancuniani. C'è
un discreto movimento attorno al gruppo, e chissà come dovrebbe
essere riscritta la storia se una cassettina firmata Panos/Ridgeley
non avesse raggiunto negli stessi giorni la scrivania di Morrison, e
non l'avesse indotto a scegliere proprio quest'ultima e a dare una
chance agli Wham! piuttosto che ai Nostri. V'è comunque addirittura
la Emi in lizza nella frenetica asta per accaparrarsi i servigi di
un nome che sta scoppiando in tutta la nazione: sono concerti sold
out e pressanti richieste dagli addetti ai lavori quelle che
raggiungono gli Smiths in quello sfumare di 1982. Farà marcia
indietro subito il colosso (salvo ricredersi solo quattro anni e
parecchi zeri di contratto dopo) dacché Simon Edwards di Rough Trade
è seriamente intenzionato a portare in scuderia e dinanzi al boss
Geoff Travis (poco meno di un Dio, soltanto che - a differenza del
barbuto - il primo crea, il secondo, anche, distrugge) quella
manciata di canzoni. Smiths e Rough Trade, dunque. Accasamento
scritto nel destino e binomio indissolubile che ha fatto la storia
del pop inglese come e più di altre liaisons dangereuses che hanno
segnato un'epoca, tipo Tony Wilson e Joy Division o Daniel Miller e
Depeche Mode. Con un anticipo di 22.000 sterline (il più cospicuo
nella storia dell'etichetta), la totale autonomia artistica e un
contratto firmato dai soli Morrissey/Marr che procurerà non pochi
grattacapi a storia finita. E' il singolo Hand In Glove a
raggiungere i negozi nel maggio 1983, entrando di diritto tra i
debutti più folgoranti del pop inglese di tutti i tempi: un sublime
cesellare di chitarra proveniente direttamente dai manufatti dei
Sessanti (circa Byrds, ma anche Beatles, data la coda con i ricami
d'armonica), una profonda ricerca linguistica che unisce naïvete,
allitterazioni prodigiose e uno scavare nel teenage angst
semplicemente delizioso. Volendo trovare implicazioni sociologiche,
Hand In Glove è la mazzata definitiva agli stanchi rimasugli post
punk, è la riapertura delle finestre dopo tanto buio, il cambio
degli armadi per una nuova stagione, l'anno zero e l'ennesima
rinascita del pop di Sua Maestà, quello che zelanti scolaretti quali
Blur, Suede e brit-pop tutto si studierà a memoria qualche lustro in
avanti. Vende bene, anzi benissimo (numero tre nelle classifiche
indipendenti), ma ancor meglio fa This Charming Man, epocale riff
sul quale s'adagia una nervosa e precisa sezione ritmica (che
andrebbe rivalutata, vista l'importanza che ha sempre rivestito nei
telai armonici), una storia asessuata che avrebbe fatto felice
Truman Capote e un sinuoso declamare ove si sciolgono falsetti e
yodel. Eppure viene scelta in fretta e furia, essendo già state
pressate alcune copie di Reel Around The Fountain come eventuale
singolo. E' il solito Sun a montare una forte campagna stampa con
velate accuse di pedofilia proprio per alcuni passaggi del pezzo, di
Suffer Little Children (quest'ultima in realtà solo una
rivisitazione degli efferati delitti compiuti nei '60 da Myra
Hindley e Ian Brady, conosciuti come Moors Murderers) e di Handsome
Devil. Scandalo che non nuoce all'economia della band, quand'invece
avrebbe potuto irrimediabilmente incrinare un quartetto ancora
acerbo e poco smaliziato a simili colpi bassi. E' Morrissey a
prendere in mano la situazione rispondendo a interminabili sequele
di spiegazioni e capovolgendo in un lucrosissimo affare quello che
poteva essere uno stop forzato e a lunga gittata. Gruppo invece
dalla feconda vena compositiva se, qualche mese dopo, arriva
l'ulteriore manufatto a completare un trittico di capolavori che
difficilmente ci sarà provato di rivivere in futuro. What Difference
Does It Make? indugia in maniera ancora più approfondita dentro
cascate chitarristiche provenienti dai Sixties, laddove Gram Parsons
e le Shangri-La si stemperano dentro un Bolan rivestito a festa e
alle ariose armonie degli Hollies; introduzione paurosa, lavoro
sinergico di cantante e chitarrista e una tremenda concisione in tre
minuti dove vengono stivate lucrose luccicanze pop.
Con le riviste specializzate pronte a lucrare sul fenomeno, un folto
seguito che s'ingrossa concerto dopo concerto e il talento
compositivo della coppia lungi dall'inaridirsi, l'arrivo dell'album
sembra improcrastinabile. Invece. Chiusa in studio con l'ex Teardrop
Explodes Troy Tate, la pignolissima band – che dietro una patina
ingenua e spontanea cela due meticolosi professionisti perfettamente
focalizzati sul proprio lavoro – non è soddisfatta della scaletta e
delle dinamiche del disco. Viene dunque chiamato John Porter a
rileggere e riassestare quanto inciso, ma quel che ne esce rende
ancora solo lontanamente giustizia alla statura del gruppo. The
Smiths è fuori nel febbraio 1984, ed è un album che - fosse stato
primissimo parto - sarebbe stato incommensurabile; complice il
trittico di cui sopra, una certa autoindulgenza e alcuni passi
falsi, resta però "solamente" ottimo. Il che, converrete, è pochino
per una band simile. Sin dalla copertina si nota la forte
contrapposizione all'iconografia rock incentrata sul machismo e
sull'ostentata virilità; niente pin-up da Cars o Roxy Music,
insomma, ma uno scatto preso da un film di Warhol, dove l'icona Joe
Dallesandro viene catturata durante un incontro gay. La galleria di
personaggi ritratti nelle copertine (da Alain Delon a Yootha Joyce a
Viv Nicholson), principalmente vecchie icone cinematografiche che
accompagnarono l'adolescenza di Morrissey, sarà ulteriore tratto
distintivo di un ensemble dove i rimandi letterari e grafici
facevano tutt'uno con le canzoni. E poi l'ergersi prepotente della
poetica di Morrissey, fatta di indecisioni sessuali (testi mai
compiutamente declinati al maschile o al femminile, lasciando spazio
alla fantasia dell'ascoltatore), di ricerche linguistiche, di studi
sintattici; il tutto porto in maniera molto più garbata e naïf
rispetto ad altri sabotatori sessuali del pop coevo, senza
ostentazioni glamour sbattute sulle pagine dei giornali con
stereotipata faciloneria come nei casi di un Boy George o di un
Holly Johnson. The Smiths è lavoro umbratile, dai chiaroscuri
fortissimi e dal sapore umorale, dove irruenze tipicamente giovanili
(Still Ill, Hand In Glove) si sposano a tenui catarsi romantiche (Suffer
Little Children, You've Got Everything Now), dove si indugia a
ballate pastorali (la citata Reel Around The Fountain) e si respira
un gentile disagio e sentimentali sfumature. Discontinuo a tratti (i
singhiozzi di Miserable Lie), con una produzione che lascia in
disparte i muscoli per flettere i mali dell'anima, The Smiths è
imperfetto, ed è forse questa mancanza di messa a fuoco a farcelo
amare, consci che, se del senno di poi son piene le fosse, è anche
vero che il tempo rimane il galantuomo per antonomasia.
Due ulteriori ghiotti singoli di zuccheroso pop dall'afflato Sixties
sono immessi sul mercato nel 1984, anno dell'autentico trionfo
mediatico; sono Heaven Knows I'm Miserable Now e William, It Was
Really Nothing a tenere vivissime le attenzioni sul combo. Il primo
è un (nemmeno tanto) velato omaggio a quella Heaven Knows I'm
Missing Him Now che Sandie Shaw aveva portato al successo nei tardi
'60 (e che viene riesumata proprio da Morrissey per una rilettura di
Hand In Glove, facendola tornare in classifica dopo uno iato di
quindici anni), un mid-tempo melanconico e brillante guarnito da
cristallini arpeggi; il secondo un saltellante arzigogolo pop, un
fumetto uggioso (pare) dedicato a Billy Mackenzie degli Associates
con una side b da infarto (Please, Please, Please Let Me Get What I
Want) che avrete udito tutti, tra una birra e l'altra. Conducono
dritti a quell'Hatful Of Hollow fortissimamente voluto da una Rough
Trade desiderosa di capitalizzare anche monetariamente un momento
favorevolissimo; raccolta eccellente e tracklist paurosa, dove
vengono inseriti tutti i pezzi da novanta senza che la coesione ne
risenta. C'è tutto lo "Smiths-pensiero" stivato in quella cappellata
di tristezza: singoli (una bellissima versione di This Charming
Man), alcuni lati b (Accept Yourself, Girl Afraid), i flash più
luminosi dell'esordio (grandiosa la rilettura di Still Ill) e un
pezzo – How Soon Is Now? – che raggiunge i negozi anche come singolo
nel febbraio 1985. |