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E'
proprio How Soon Is Now? a inaugurare il nuovo percorso artistico
dei quattro e a mostrarne una faccia speculare; costruita sopra un
mare di riverberi ed effetti fra i quali Morrissey pennella con la
consueta arguzia un motivo inquieto, la ballata si candida sin da
subito come punto focale delle esibizioni live. Pure è lontana dal
consueto sferragliare d'arpeggi di Marr, privilegiando una lenta
deriva dal mood ipnotico verso la quale sia Geoff Travis, sia
Seymour Stein (boss della Sire americana) pongono parecchie
speranze. Fallisce invece l'appuntamento con le classifiche
d'oltreoceano - troppo nuvolosa ed europea nel sentire per far
breccia presso un pubblico al quale gli Smiths non hanno mai posto
attenzione - eppure resta spartiacque importante, sia perché mostra
una band quantomai compatta (almeno dal punto di vista musicale),
sia per svelare ulteriori sfaccettature della scrittura.
Anno comunque cruciale, il 1985, dacché le prime incrinature al
solido complesso si lasciano intravedere anche al di fuori delle
mura della famiglia: è infatti in questo momento che i delicati
equilibri che avevano tenuto saldamente unite gruppo e relazioni
discografiche iniziano a saltare. Morrissey e Marr, da sempre poco
propensi a fidarsi di chiunque non fosse stato nell'immediato
entourage, accusano Rough Trade di non supportarli adeguatamente;
minacce di abbandono e una pericolosa dipendenza da eroina di Rourke
fanno il resto. E' dunque Meat Is Murder a calmare temporaneamente
le acque. Da sempre additato come anello debole dell'intero percorso
artistico, il disco dimostra comunque come l'intreccio sonoro trai i
quattro si sia solidificato, con una sezione ritmica tra le più
precise dell'intero panorama pop e gli altri due ormai assunti a
vere e proprie icone. Resta disco apatico, Meat Is Murder, incerto
nel focalizzare e - diciamolo - privo delle grandi canzoni alle
quali i Nostri ci avevano abituato. A contraltare c'è (al solito)
una splendida copertina, tratta da uno spezzone del film In The Year
Of The Pig, lungometraggio anti Vietnam del 1969 di Emile De Antonio
e, soprattutto, i testi di Moz, tra i più iracondi mai vergati.
Storie di violenza e abuso domestico sui minori (Barbarism Begins At
Home), brutalità istituzionalizzata (The Headmaster Ritual) e
velleità autodistruttive (Nowhere Fast, That Joke Isn't Funny
Anymore) consegnano un album acido, aspro e un'altra faccia degli
Smiths, autocompiacente e poco incline ai convenevoli. Pure le
vendite non sono proprio esaltanti, e se è vero che il disco viene
trainato alla vetta delle classifiche indipendenti, altri due
singoli (Shakeaspeare's Sister e That Joke Isn't Funny Anymore)
falliscono l'ingresso ai piani alti, strappando dei miseri numeri 26
e 49.
"C'era un problema con Morrissey, pensava di avere un diritto
divino alla sommità delle classifiche" (Geoff Travis)
"Eravamo cresciuti a dismisura, un gruppo dallo status
internazionale, mentre l'etichetta era ancora invischiata in tutti
gli aspetti negativi della scena indipendente" (Johnny Marr)
Cambiamento repentino quello che avvolge la band in quei cruciali
mesi, con una girandola di manager usa e getta (Joe Moss a parte,
nessuno ebbe abbastanza tempo per convincere i due deus ex machina
della propria buona fede), bizze e capricci assortiti, richieste da
star, un Morrissey chiuso nel suo mutismo e in un delirio
d'onnipotenza e un Marr pronto a relazioni extra Smiths. Eppure a
vederli da fuori paiono in piena e splendente salute, dacché ai
consueti rock poll fanno incetta di premi e lo Stephen viene
additato miglior oratore dai tempi di Lennon, oltre a stringere
eccentriche amicizie con Peter Burns dei Dead Or Alive (che
raggiungerà pure il gruppo sul palco in un paio d'occasioni) e Lloyd
Cole. Fucili puntati invece, sotto le coltri, e scaramucce assortite
a minare una solidità sempre più instabile: se la firma per il
mercato americano viene posta ancora una volta dalla sola coppia di
compositori, generando un malumore diffuso in Rourke e Joyce
destinato a divenire inarrestabile valanga, la ciliegina sulla torta
la pone ancora una volta l'allampanato vocalist il 19 luglio 1985
quando, con la band pronta ad andare in scena ospite del programma
televisivo Wogan, sparisce senza lasciare traccia, iterando il
capriccio già successo qualche mese prima all'interno degli studi
Rai. Il giorno appresso le riviste danno per certa la trasmigrazione
in Emi. Nemmeno un ulteriore classico in guisa di 45 giri dal
brevissimo minutaggio e dal vago sapore northern (The Boy With The
Thorn In His Side) getta acqua sul fuoco. Rapporti sempre più
inesistenti, colpi bassi e una gara allo sfinimento reciproco
inducono Travis a contattare l'High Court inglese per un ingiunzione
al gruppo diffidandolo dal registrare per altre etichette. Ciò non
toglie che un nuovo disco, approntato nelle pause di un tour
britannico che tocca posti sperduti e impensabili fuori dalle
consuete rotte come Iverness e le Isole Shetland, sia da tempo
pronto, bloccato per qualche oscura ragione da un gruppo ormai
virtualmente inavvicinabile. Esce con sette mesi di ritardo sulla
tabella di marcia, ma a cotanto udire avremmo dovuto ringraziare il
cielo. Se è vero che nelle difficoltà si tempra il carattere, The
Queen Is Dead ne è la riprova definitiva: gli Smiths sono ormai
un'entità saldamente ancorata al dispotico Morrissey, padre padrone
di una creatura che pende dalle sue decisioni; con Johnny Marr preda
di una bruttissima depressione che lo isola per alcune settimane, e
Rourke estromesso dal gruppo solo dopo due date del nuovo tour a
causa della sua dipendenza da polvere bianca. Arriva il giovanissimo
Craig Gannon, ottimo turnista proveniente dai Colourfield ad
insediarsi al posto del bassista, che di lì a poco viene comunque
riammesso nelle fila per intercessione di Marr, allargando i ranghi
a cinque elementi. E' in questa critica situazione che gli Smiths
divengono enormi: è Janice Long a trasmettere in anteprima dagli
studi della Bbc il singolo che anticipa il nuovo lavoro: si chiama
Bigmouth Strikes Again, e tutti, ma proprio tutti voi che siete
intenti a scorrere queste righe l'avrete - magari una sola volta in
vita vostra - canticchiato, foss'altro nella versione karaoke dei
Placebo. Brano superbalmente strutturato, dove si rivela un Marr in
stato di grazia e un Morrissey teso a snocciolare una serie di forti
immagini alternandole con acume e ironia, pronto ad immolarsi quale
Giovanna D'arco dei tempi moderni. Pop nella sua massima
espressione, quei tre minuti abbondanti, ove pare addirittura (e per
la prima volta) d'udire una soave voce femminile sui cori; citata
addirittura nei crediti come Ann Coates, quella voce non è
null'altro che lo stesso Moz registrato a velocità raddoppiata. La
regina è morta dunque, ma i vicini di casa stanno festeggiando.
Votato come il disco definitivo di tutti i tempi dai colleghi
francesi di Les Inrockuptiblès (ne assembleranno anche The Smiths Is
Dead, un gustoso tributo del 1996), The Queen Is Dead è il punto più
alto di un'avventura comunque non parca di soddisfazioni. Lavoro nel
quale una rinnovata partnership compositiva spara una serie di
tracce dalla potenza inaudita, e dove codesti spesso (e a torto)
liquidati come onesti comprimari irrorano il tutto con un
combustibile ritmico dagli ottani elevati. Morrissey dipinge la più
goduriosa galleria di personaggi della sua carriera, imbrattandoli
di romanticismo, ironia, cinismo, misantropia, sapienza e
frivolezza, fondendoli in una sorta di concept a 360° che suggella
per sempre lo spirito smithsiano. Con un titolo preso in prestito da
un capitolo del noto Last Exit To Brooklyn di Hubert Selby Jr., ove
la tematica omosessuale del romanzo viene rivista in ottica
anti-establishment (giocando d'intelligente ironia: l'idea originale
era un ben più rutilante Margaret On The Guillotine), i dieci brani
del disco alternano momenti di feroce dileggio a dolci ballate,
invettive e poemi amorosi, generando un suono unico e immediatamente
riconducibile. Dall'iniziale, maestosa title track, dove in sei
minuti di sferraglianti immagini si sputa sull'istituzione
monarchica, prendendo in prestito un fatto di cronaca occorso quando
tal Michael Fagin entrò di soppiatto a Buckingham Palace
raggiungendo le stanze di Elisabetta, passando per l'umoristico ma
velenoso siparietto da music hall di Frankly, Mr. Shankly, duro
attacco a Geoff Travis. O ancora la soffice poesia di There Is A
Light That Never Goes Out, momento tra i più toccanti; le swinganti
atmosfere di Vicar In A Tutu e Some Girls Are Bigger Than Others; la
forza commerciale e qualitativa dei due singoli e alcuni scampoli di
dolce emozione quali Cemetry Gates e I Know It's Over. Disco immane.
E immune. Immane nel suo lavoro e nel tasso qualitativo della
scrittura, e immune da qualsivoglia critica essendo uno dei punti
più alti del pop cum grano salis del decennio.
Non v'è comunque tempo di metabolizzare cotanto successo che la
prolificità della coppia torna a farsi sentire: è Panic a divenire
il più grosso successo commerciale degli Smiths. Incisa di getto in
un pomeriggio di rabbia feroce per punire gli speaker di Radio 1,
rei di aver osato dare in rapida successione le notizie del disastro
di Chernobyl accompagnandole con I'm Your Man degli Wham!, il
singolo è - al solito - un intenso lavoro dei polpastrelli di Marr.
Omaggio nemmeno troppo velato a Metal Guru dei T-Rex, Panic vola
deflorando per la prima volta la top ten inglese, aiutato da un
intenso video (media verso il quale gli Smiths mai avevano voluto
prostrarsi) commissionato al geniale regista Derek Jarman, che ne
appronta un cortometraggio di quindici minuti comprendente anche The
Queen Is Dead e There Is A Light That Never Goes Out. V'è il famoso
verso (forse uno dei più immediati e memorabili del catalogo tutto)
nel quale si incita ad impiccare il dj... e come gira strano il
mondo invece, visto che nessuno avrebbe potuto prevedere che anche i
dirimpettai di classifica (gli Housemartins) avrebbero immolato un
membro - Fatboy Slim - alla causa, riconvertendolo una manciata
d'anni dopo in famoso disc jokey. Un disastroso tour americano, al
quale ovviamente Rourke non può prender parte, sostituito da Guy
Pratt, viene interrotto a cinque date dalla fine con un frettoloso
ritorno a casa. I rumori che da qualche mese si rincorrono stanno
divenendo realtà: sono tre (Wea, Virgin, Emi) i colossi che
corteggiano pressantemente il gruppo. Se la regina è morta, Rough
Trade pure non gode di ottima salute. |