La regina è morta dunque, ma i vicini di casa stanno festeggiando. Votato come il disco definitivo di tutti i tempi dai colleghi francesi di Les Inrockuptiblès, The Queen Is Dead è il punto più alto di un'avventura comunque non parca di soddisfazioni. Lavoro nel quale una rinnovata partnership compositiva spara una serie di tracce dalla potenza inaudita, e dove codesti spesso (e a torto) liquidati come onesti comprimari irrorano il tutto con un combustibile ritmico dagli ottani elevati.


 

 

LA STORIA DEGLI SMITHS.
Scritta da Michele Benetello e pubblicata su Il Mucchio Selvaggio (Extra), n. 14, Estate 2004.


How Soon Is Now? è la Stairway To Heaven degli anni Ottanta. (Seymour Stein)

Stimiamo molto la stampa. Scrivere per una rivista è molto duro, specialmente quando c'è così poca buona musica in giro. Eccetto gli Smiths. (Morrissey)

Personalmente sono un carattere incurabilmente pacifista.
Ma dove conduce questo? Da nessuna parte. Si è costretti ad
essere violenti. (Morrissey)

Un macellaio morto non è una gran perdita. (Morrissey)

La Thatcher è solo una persona, e deve essere distrutta.
Prego che ci sia un Sirhan da qualche parte. E' l'unico rimedio per questo paese, al momento. (Morrissey a Rolling Stone)





 

STORIA PT. 4: I RAGAZZI CON LA SPINA NEL FIANCO di Michele Benetello. 

E' proprio How Soon Is Now? a inaugurare il nuovo percorso artistico dei quattro e a mostrarne una faccia speculare; costruita sopra un mare di riverberi ed effetti fra i quali Morrissey pennella con la consueta arguzia un motivo inquieto, la ballata si candida sin da subito come punto focale delle esibizioni live. Pure è lontana dal consueto sferragliare d'arpeggi di Marr, privilegiando una lenta deriva dal mood ipnotico verso la quale sia Geoff Travis, sia Seymour Stein (boss della Sire americana) pongono parecchie speranze. Fallisce invece l'appuntamento con le classifiche d'oltreoceano - troppo nuvolosa ed europea nel sentire per far breccia presso un pubblico al quale gli Smiths non hanno mai posto attenzione - eppure resta spartiacque importante, sia perché mostra una band quantomai compatta (almeno dal punto di vista musicale), sia per svelare ulteriori sfaccettature della scrittura.
Anno comunque cruciale, il 1985, dacché le prime incrinature al solido complesso si lasciano intravedere anche al di fuori delle mura della famiglia: è infatti in questo momento che i delicati equilibri che avevano tenuto saldamente unite gruppo e relazioni discografiche iniziano a saltare. Morrissey e Marr, da sempre poco propensi a fidarsi di chiunque non fosse stato nell'immediato entourage, accusano Rough Trade di non supportarli adeguatamente; minacce di abbandono e una pericolosa dipendenza da eroina di Rourke fanno il resto. E' dunque Meat Is Murder a calmare temporaneamente le acque. Da sempre additato come anello debole dell'intero percorso artistico, il disco dimostra comunque come l'intreccio sonoro trai i quattro si sia solidificato, con una sezione ritmica tra le più precise dell'intero panorama pop e gli altri due ormai assunti a vere e proprie icone. Resta disco apatico, Meat Is Murder, incerto nel focalizzare e - diciamolo - privo delle grandi canzoni alle quali i Nostri ci avevano abituato. A contraltare c'è (al solito) una splendida copertina, tratta da uno spezzone del film In The Year Of The Pig, lungometraggio anti Vietnam del 1969 di Emile De Antonio e, soprattutto, i testi di Moz, tra i più iracondi mai vergati. Storie di violenza e abuso domestico sui minori (Barbarism Begins At Home), brutalità istituzionalizzata (The Headmaster Ritual) e velleità autodistruttive (Nowhere Fast, That Joke Isn't Funny Anymore) consegnano un album acido, aspro e un'altra faccia degli Smiths, autocompiacente e poco incline ai convenevoli. Pure le vendite non sono proprio esaltanti, e se è vero che il disco viene trainato alla vetta delle classifiche indipendenti, altri due singoli (Shakeaspeare's Sister e That Joke Isn't Funny Anymore) falliscono l'ingresso ai piani alti, strappando dei miseri numeri 26 e 49.
"C'era un problema con Morrissey, pensava di avere un diritto divino alla sommità delle classifiche" (Geoff Travis)
"Eravamo cresciuti a dismisura, un gruppo dallo status internazionale, mentre l'etichetta era ancora invischiata in tutti gli aspetti negativi della scena indipendente" (Johnny Marr)

Cambiamento repentino quello che avvolge la band in quei cruciali mesi, con una girandola di manager usa e getta (Joe Moss a parte, nessuno ebbe abbastanza tempo per convincere i due deus ex machina della propria buona fede), bizze e capricci assortiti, richieste da star, un Morrissey chiuso nel suo mutismo e in un delirio d'onnipotenza e un Marr pronto a relazioni extra Smiths. Eppure a vederli da fuori paiono in piena e splendente salute, dacché ai consueti rock poll fanno incetta di premi e lo Stephen viene additato miglior oratore dai tempi di Lennon, oltre a stringere eccentriche amicizie con Peter Burns dei Dead Or Alive (che raggiungerà pure il gruppo sul palco in un paio d'occasioni) e Lloyd Cole. Fucili puntati invece, sotto le coltri, e scaramucce assortite a minare una solidità sempre più instabile: se la firma per il mercato americano viene posta ancora una volta dalla sola coppia di compositori, generando un malumore diffuso in Rourke e Joyce destinato a divenire inarrestabile valanga, la ciliegina sulla torta la pone ancora una volta l'allampanato vocalist il 19 luglio 1985 quando, con la band pronta ad andare in scena ospite del programma televisivo Wogan, sparisce senza lasciare traccia, iterando il capriccio già successo qualche mese prima all'interno degli studi Rai. Il giorno appresso le riviste danno per certa la trasmigrazione in Emi. Nemmeno un ulteriore classico in guisa di 45 giri dal brevissimo minutaggio e dal vago sapore northern (The Boy With The Thorn In His Side) getta acqua sul fuoco. Rapporti sempre più inesistenti, colpi bassi e una gara allo sfinimento reciproco inducono Travis a contattare l'High Court inglese per un ingiunzione al gruppo diffidandolo dal registrare per altre etichette. Ciò non toglie che un nuovo disco, approntato nelle pause di un tour britannico che tocca posti sperduti e impensabili fuori dalle consuete rotte come Iverness e le Isole Shetland, sia da tempo pronto, bloccato per qualche oscura ragione da un gruppo ormai virtualmente inavvicinabile. Esce con sette mesi di ritardo sulla tabella di marcia, ma a cotanto udire avremmo dovuto ringraziare il cielo. Se è vero che nelle difficoltà si tempra il carattere, The Queen Is Dead ne è la riprova definitiva: gli Smiths sono ormai un'entità saldamente ancorata al dispotico Morrissey, padre padrone di una creatura che pende dalle sue decisioni; con Johnny Marr preda di una bruttissima depressione che lo isola per alcune settimane, e Rourke estromesso dal gruppo solo dopo due date del nuovo tour a causa della sua dipendenza da polvere bianca. Arriva il giovanissimo Craig Gannon, ottimo turnista proveniente dai Colourfield ad insediarsi al posto del bassista, che di lì a poco viene comunque riammesso nelle fila per intercessione di Marr, allargando i ranghi a cinque elementi. E' in questa critica situazione che gli Smiths divengono enormi: è Janice Long a trasmettere in anteprima dagli studi della Bbc il singolo che anticipa il nuovo lavoro: si chiama Bigmouth Strikes Again, e tutti, ma proprio tutti voi che siete intenti a scorrere queste righe l'avrete - magari una sola volta in vita vostra - canticchiato, foss'altro nella versione karaoke dei Placebo. Brano superbalmente strutturato, dove si rivela un Marr in stato di grazia e un Morrissey teso a snocciolare una serie di forti immagini alternandole con acume e ironia, pronto ad immolarsi quale Giovanna D'arco dei tempi moderni. Pop nella sua massima espressione, quei tre minuti abbondanti, ove pare addirittura (e per la prima volta) d'udire una soave voce femminile sui cori; citata addirittura nei crediti come Ann Coates, quella voce non è null'altro che lo stesso Moz registrato a velocità raddoppiata. La regina è morta dunque, ma i vicini di casa stanno festeggiando. Votato come il disco definitivo di tutti i tempi dai colleghi francesi di Les Inrockuptiblès (ne assembleranno anche The Smiths Is Dead, un gustoso tributo del 1996), The Queen Is Dead è il punto più alto di un'avventura comunque non parca di soddisfazioni. Lavoro nel quale una rinnovata partnership compositiva spara una serie di tracce dalla potenza inaudita, e dove codesti spesso (e a torto) liquidati come onesti comprimari irrorano il tutto con un combustibile ritmico dagli ottani elevati. Morrissey dipinge la più goduriosa galleria di personaggi della sua carriera, imbrattandoli di romanticismo, ironia, cinismo, misantropia, sapienza e frivolezza, fondendoli in una sorta di concept a 360° che suggella per sempre lo spirito smithsiano. Con un titolo preso in prestito da un capitolo del noto Last Exit To Brooklyn di Hubert Selby Jr., ove la tematica omosessuale del romanzo viene rivista in ottica anti-establishment (giocando d'intelligente ironia: l'idea originale era un ben più rutilante Margaret On The Guillotine), i dieci brani del disco alternano momenti di feroce dileggio a dolci ballate, invettive e poemi amorosi, generando un suono unico e immediatamente riconducibile. Dall'iniziale, maestosa title track, dove in sei minuti di sferraglianti immagini si sputa sull'istituzione monarchica, prendendo in prestito un fatto di cronaca occorso quando tal Michael Fagin entrò di soppiatto a Buckingham Palace raggiungendo le stanze di Elisabetta, passando per l'umoristico ma velenoso siparietto da music hall di Frankly, Mr. Shankly, duro attacco a Geoff Travis. O ancora la soffice poesia di There Is A Light That Never Goes Out, momento tra i più toccanti; le swinganti atmosfere di Vicar In A Tutu e Some Girls Are Bigger Than Others; la forza commerciale e qualitativa dei due singoli e alcuni scampoli di dolce emozione quali Cemetry Gates e I Know It's Over. Disco immane. E immune. Immane nel suo lavoro e nel tasso qualitativo della scrittura, e immune da qualsivoglia critica essendo uno dei punti più alti del pop cum grano salis del decennio.
Non v'è comunque tempo di metabolizzare cotanto successo che la prolificità della coppia torna a farsi sentire: è Panic a divenire il più grosso successo commerciale degli Smiths. Incisa di getto in un pomeriggio di rabbia feroce per punire gli speaker di Radio 1, rei di aver osato dare in rapida successione le notizie del disastro di Chernobyl accompagnandole con I'm Your Man degli Wham!, il singolo è - al solito - un intenso lavoro dei polpastrelli di Marr. Omaggio nemmeno troppo velato a Metal Guru dei T-Rex, Panic vola deflorando per la prima volta la top ten inglese, aiutato da un intenso video (media verso il quale gli Smiths mai avevano voluto prostrarsi) commissionato al geniale regista Derek Jarman, che ne appronta un cortometraggio di quindici minuti comprendente anche The Queen Is Dead e There Is A Light That Never Goes Out. V'è il famoso verso (forse uno dei più immediati e memorabili del catalogo tutto) nel quale si incita ad impiccare il dj... e come gira strano il mondo invece, visto che nessuno avrebbe potuto prevedere che anche i dirimpettai di classifica (gli Housemartins) avrebbero immolato un membro - Fatboy Slim - alla causa, riconvertendolo una manciata d'anni dopo in famoso disc jokey. Un disastroso tour americano, al quale ovviamente Rourke non può prender parte, sostituito da Guy Pratt, viene interrotto a cinque date dalla fine con un frettoloso ritorno a casa. I rumori che da qualche mese si rincorrono stanno divenendo realtà: sono tre (Wea, Virgin, Emi) i colossi che corteggiano pressantemente il gruppo. Se la regina è morta, Rough Trade pure non gode di ottima salute.




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