Photo by Lawrence Watson
 


Lo scorrere degli anni non ha mai lavato le ferite degli Smiths, ma le ha bagnate di sale frustandone le piaghe.

"Tempo dieci anni e gli Smiths saranno visti come noi ora guardiamo i Beatles" commentava non l'ultimo arrivato, ma il fiero Nick Kent all'indomani della disgregazione.

 

LA STORIA DEGLI SMITHS.
Scritta da Michele Benetello e pubblicata su Il Mucchio Selvaggio (Extra), n. 14, Estate 2004.


Alla riunione della casa discografica, una star morta nelle loro mani, e oh le trame che tessono, e oh la brama nauseante. (da Paint A Vulgar Picture)

L'unico scopo mio e di Micheal pareva essere rendere felice Morrissey. (Andy Rourke)

Detestiamo l'industria del pop e non ci sentiamo di farne parte. Se provi a fare qualcosa con un briciolo d'intelligenza ne devi poi rispondere in ogni istante. E' una noia. Se fai e dici cose semplici nessuno ti prende in considerazione e non avrai il problema di spiegare ogni cosa che fai. (Morrissey)



STORIA PT. 5: THE SMITHS IS DEAD di Michele Benetello. 

Tra le centinaia di cronache tramandate nello scorrere degli anni, quelle relative ai mesi a cavallo tra il 1986 e il 1987 sono le più fumose e equivoche; solerti le parti in causa nel fornire le proprie personali interpretazioni, ma ciò che realmente accadde probabilmente è scritto solo nella testa di un paio di protagonisti. Momento cruciale comunque, anche se, a sentire Ask, la vena pare lungi dall'inaridirsi. Odiato, questo sì, il consueto manicaretto portato in visione anche al catatonico pubblico di un lontano Festival di Sanremo (tutti ignari che quella sarebbe stata la loro ultima esibizione), e forse messo in ombra dalla famosa spallina galeotta di Patsy Kensit. Mai teneri, soprattutto il giovin chitarrista, con quei tre minuti d'albionico refrain, eppure suonava sufficientemente immediato e swingante, gioioso pan di zucchero dal rinfrescante sapore. Ricordo degli Smiths di bianco vestiti agitarsi come pesci fuor d'acqua, fare la loro cosa e ritirarsi altezzosi. Ricordo il mio compiacimento nel pensare che qualcosa da dire ancora l'avevano, e che le cronache da separati in casa servivano solo a far vendere riviste dinanzi all'ancor ottima vena compositiva. Ricordi, appunto. Come quelli di Stephen Street, pervicacemente attaccato all'idea che quei mesi siano stati i più sereni di un navigare tra perigliosi mari troppo placidi. Probabilmente qualche ragione l'avrà, avendo seguito il gruppo nel girovagare tra gli studi di registrazione per almeno tre dischi; ma difficile credere ai quattro chiusi davanti ad un banco mixer scambiarsi floreali omaggi durante le sessioni del capitolo finale. Con una formazione tornata a quadrilatero (Gannon è fuori da un pezzo) non è che i singoli immediatamente precedenti alla fine brillino per sacro fuoco artistico, dove Shoplifters Of The World Unite e Sheila Take A Bow sono mero esercizio stilistico (con il primo a vincere di una spanna). E' la cronaca di una morte annunciata quella che accompagna le session di Strangeways, Here We Come. Già il titolo, scelto con la consueta arguzia da Morrissey, sembra – oltre a condurre chissà dove, visto che Strangeways era una famosa prigione inglese – porre un pesante sigillo tombale all'avventura in compagnia di Rough Trade.
Segreto di Pulcinella, quello del passaggio alla Emi, che non viene celato per molto avendo ormai da tempo riempito pagine e pagine delle maggiori riviste. Cronisti intenti a sfregarsi le mani (notizie di quelle che terranno banco per leoni) e acquirenti increduli, avendo sempre appoggiato la tesi che l'equilibrio instabile della formazione fosse destinato a durare per sempre, proprio perché temprato da momenti terribili. Invece l'irreparabile accadde, e ci consegnò in eredità un disco (comunque per cavilli burocratici ancora marchiato Rough Trade) a gruppo virtualmente disintegrato. E' Marr a scendere dalla scialuppa, stanco dell'ennesima scomparsa del socio durante i ciak di un nuovo video e probabilmente spossato dai continui diktat del suo sodale, anche se i maligni da anni mormorano come il tenero Johnny avesse giurato di mollare per primo per non trovarsi tra le mani un gruppo inutilizzabile e la nomea di perdente abbandonato. Con il chitarrista steso al sole della California, Rourke e Joyce a chiedere notizie del loro futuro e Morrissey inferocito oltre misura, lo scioglimento viene reso ufficiale – dopo mesi di intenso gossip – la seconda settimana del settembre 1987, quando il cantante del gruppo una volta conosciuto come Smiths decide di tentare la carta solistica. Esce a giochi conclusi, Strangeways, Here We Come, e ha presagi e significati reconditi legati al concepimento: dalla colonna sonora delle sedute di registrazione, ove Let It Be dei Beatles era servito da gelido humus, alla parola "death" inclusa in due titoli; dall'oscura predominanza delle composizioni alla vena melanconica delle tracce; dai velenosi testi al senso di abbandono e sfinimento. Forse avevano davvero cominciato qualcosa che non potevano finire. Ne risente appieno lo stralunato lavoro, ove alcuni lo vogliono pietra miliare e altri lo rifiutano in blocco, anche se la consistenza giace esattamente a metà, magari esattamente sotto il precedente: dispensa ottimi consigli, quali l'ottimo inizio di A Rush And A Push And The Land Is Ours, il bel soffio di Girlfriend In A Coma, anche su singolo, o la vena compositiva di Death Of A Disco Dancer con una coda acida e psichedelica. O ancora il tiro '70 di I Startet Something I couldn't Finish (altro 45 giri estratto) e l'acquerello memore delle prime ballate pennellato su Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me, che viene edita come capitolo finale in un singolo del natale 1987. Ma v'è anche del decadentismo d'accatto in Paint A Vulgar Picture, duro attacco a Rough Trade, l'autoindulgente rock'n'roll di Death At One's Elbow e la solita secchiata di lacrime in I Won't Share You. Strangeways, Here We Come suona peggiore del suo effettivo valore (ma il tempo ne sta rivalutando la scrittura) proprio perché atto finale, e quindi emotivamente legato a sigillo di una storia che avrebbe meritato conclusione migliore. Brutti caratteri, i nostri. E pure brutte storie ad invischiare l'angusta fine, con Gannon che cita in giudizio la coppia di compositori e strappa loro 44.000 sterline; Joyce che tenta una prima carta con i dimenticatissimi The Thin Men prima di imbracciare carte bollate e sferrare un attacco lungo dieci anni e parecchi zeri; Stephen Street a reclamare ulteriore denaro e di Lennon&McCartney (ok, l'ho detto!) del dopo punk a guardarsi in cagnesco senza mai mollare l'osso e dissotterrare le asce. Lo scorrere degli anni non ha mai lavato le ferite degli Smiths, ma le ha bagnate di sale frustandone le piaghe. "Tempo dieci anni e gli Smiths saranno visti come noi ora guardiamo i Beatles" commentava non l'ultimo arrivato, ma il fiero Nick Kent all'indomani della disgregazione. Parole forti e probabilmente lontane dalla verità, ma è indubbio come quei quattro (sì, quattro) ragazzi mancuniani abbiano profondamente segnato la storia della pop music tutta, seminando tracce spesse e orme profondissime, tallonate da moltitudini di giovani musicisti, pure se incise lasciando sul campo umane debolezze e rancoroso astio. Ecco perché fu tutto uno schierarsi, prima durante e dopo, in oscuro gioco di ombre cinesi: con Joe Moss parteggiante per Marr, Geoff Travis più incline ad assecondare Morrissey e un Morrissey fiero e litigioso adagiato su Oscar Wilde ("Keats e Yeats sono dalla tua parte, ma tu perdi perché Wilde è dalla mia", da Cemetry Gates). Dovrei farlo anch'io immagino, ma conscio che "shyness is nice but shyness can stop you..." posso solo rivelarvi di aver sempre avvertito un trasporto verso il tizio il cui cognome comincia per M...




The unofficial The Smiths & Morrissey website.

On line since 03/10/06. Graphic and contents are © thesmiths.it. Please do not take anything without asking first.