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Tra le
centinaia di cronache tramandate nello scorrere degli anni, quelle
relative ai mesi a cavallo tra il 1986 e il 1987 sono le più fumose
e equivoche; solerti le parti in causa nel fornire le proprie
personali interpretazioni, ma ciò che realmente accadde
probabilmente è scritto solo nella testa di un paio di protagonisti.
Momento cruciale comunque, anche se, a sentire Ask, la vena pare
lungi dall'inaridirsi. Odiato, questo sì, il consueto manicaretto
portato in visione anche al catatonico pubblico di un lontano
Festival di Sanremo (tutti ignari che quella sarebbe stata la loro
ultima esibizione), e forse messo in ombra dalla famosa spallina
galeotta di Patsy Kensit. Mai teneri, soprattutto il giovin
chitarrista, con quei tre minuti d'albionico refrain, eppure suonava
sufficientemente immediato e swingante, gioioso pan di zucchero dal
rinfrescante sapore. Ricordo degli Smiths di bianco vestiti agitarsi
come pesci fuor d'acqua, fare la loro cosa e ritirarsi altezzosi.
Ricordo il mio compiacimento nel pensare che qualcosa da dire ancora
l'avevano, e che le cronache da separati in casa servivano solo a
far vendere riviste dinanzi all'ancor ottima vena compositiva.
Ricordi, appunto. Come quelli di Stephen Street, pervicacemente
attaccato all'idea che quei mesi siano stati i più sereni di un
navigare tra perigliosi mari troppo placidi. Probabilmente qualche
ragione l'avrà, avendo seguito il gruppo nel girovagare tra gli
studi di registrazione per almeno tre dischi; ma difficile credere
ai quattro chiusi davanti ad un banco mixer scambiarsi floreali
omaggi durante le sessioni del capitolo finale. Con una formazione
tornata a quadrilatero (Gannon è fuori da un pezzo) non è che i
singoli immediatamente precedenti alla fine brillino per sacro fuoco
artistico, dove Shoplifters Of The World Unite e Sheila Take A Bow
sono mero esercizio stilistico (con il primo a vincere di una
spanna). E' la cronaca di una morte annunciata quella che accompagna
le session di Strangeways, Here We Come. Già il titolo, scelto con
la consueta arguzia da Morrissey, sembra – oltre a condurre chissà
dove, visto che Strangeways era una famosa prigione inglese – porre
un pesante sigillo tombale all'avventura in compagnia di Rough Trade.
Segreto di Pulcinella, quello del passaggio alla Emi, che non viene
celato per molto avendo ormai da tempo riempito pagine e pagine
delle maggiori riviste. Cronisti intenti a sfregarsi le mani
(notizie di quelle che terranno banco per leoni) e acquirenti
increduli, avendo sempre appoggiato la tesi che l'equilibrio
instabile della formazione fosse destinato a durare per sempre,
proprio perché temprato da momenti terribili. Invece l'irreparabile
accadde, e ci consegnò in eredità un disco (comunque per cavilli
burocratici ancora marchiato Rough Trade) a gruppo virtualmente
disintegrato. E' Marr a scendere dalla scialuppa, stanco
dell'ennesima scomparsa del socio durante i ciak di un nuovo video e
probabilmente spossato dai continui diktat del suo sodale, anche se
i maligni da anni mormorano come il tenero Johnny avesse giurato di
mollare per primo per non trovarsi tra le mani un gruppo
inutilizzabile e la nomea di perdente abbandonato. Con il
chitarrista steso al sole della California, Rourke e Joyce a
chiedere notizie del loro futuro e Morrissey inferocito oltre
misura, lo scioglimento viene reso ufficiale – dopo mesi di intenso
gossip – la seconda settimana del settembre 1987, quando il cantante
del gruppo una volta conosciuto come Smiths decide di tentare la
carta solistica. Esce a giochi conclusi, Strangeways, Here We Come,
e ha presagi e significati reconditi legati al concepimento: dalla
colonna sonora delle sedute di registrazione, ove Let It Be dei
Beatles era servito da gelido humus, alla parola "death" inclusa in
due titoli; dall'oscura predominanza delle composizioni alla vena
melanconica delle tracce; dai velenosi testi al senso di abbandono e
sfinimento. Forse avevano davvero cominciato qualcosa che non
potevano finire. Ne risente appieno lo stralunato lavoro, ove alcuni
lo vogliono pietra miliare e altri lo rifiutano in blocco, anche se
la consistenza giace esattamente a metà, magari esattamente sotto il
precedente: dispensa ottimi consigli, quali l'ottimo inizio di A
Rush And A Push And The Land Is Ours, il bel soffio di Girlfriend In
A Coma, anche su singolo, o la vena compositiva di Death Of A Disco
Dancer con una coda acida e psichedelica. O ancora il tiro '70 di I
Startet Something I couldn't Finish (altro 45 giri estratto) e
l'acquerello memore delle prime ballate pennellato su Last Night I
Dreamt That Somebody Loved Me, che viene edita come capitolo finale
in un singolo del natale 1987. Ma v'è anche del decadentismo
d'accatto in Paint A Vulgar Picture, duro attacco a Rough Trade, l'autoindulgente
rock'n'roll di Death At One's Elbow e la solita secchiata di lacrime
in I Won't Share You. Strangeways, Here We Come suona peggiore del
suo effettivo valore (ma il tempo ne sta rivalutando la scrittura)
proprio perché atto finale, e quindi emotivamente legato a sigillo
di una storia che avrebbe meritato conclusione migliore. Brutti
caratteri, i nostri. E pure brutte storie ad invischiare l'angusta
fine, con Gannon che cita in giudizio la coppia di compositori e
strappa loro 44.000 sterline; Joyce che tenta una prima carta con i
dimenticatissimi The Thin Men prima di imbracciare carte bollate e
sferrare un attacco lungo dieci anni e parecchi zeri; Stephen Street
a reclamare ulteriore denaro e di Lennon&McCartney (ok, l'ho detto!)
del dopo punk a guardarsi in cagnesco senza mai mollare l'osso e
dissotterrare le asce. Lo scorrere degli anni non ha mai lavato le
ferite degli Smiths, ma le ha bagnate di sale frustandone le piaghe.
"Tempo dieci anni e gli Smiths saranno visti come noi ora guardiamo
i Beatles" commentava non l'ultimo arrivato, ma il fiero Nick Kent
all'indomani della disgregazione. Parole forti e probabilmente
lontane dalla verità, ma è indubbio come quei quattro (sì, quattro)
ragazzi mancuniani abbiano profondamente segnato la storia della pop
music tutta, seminando tracce spesse e orme profondissime, tallonate
da moltitudini di giovani musicisti, pure se incise lasciando sul
campo umane debolezze e rancoroso astio. Ecco perché fu tutto uno
schierarsi, prima durante e dopo, in oscuro gioco di ombre cinesi:
con Joe Moss parteggiante per Marr, Geoff Travis più incline ad
assecondare Morrissey e un Morrissey fiero e litigioso adagiato su
Oscar Wilde ("Keats e Yeats sono dalla tua parte, ma tu perdi perché
Wilde è dalla mia", da Cemetry Gates). Dovrei farlo anch'io
immagino, ma conscio che "shyness is nice but shyness can stop you..."
posso solo rivelarvi di aver sempre avvertito un trasporto verso il
tizio il cui cognome comincia per M... |